Mughini la sua casa, e l’arte!

 In Arte, Design, Home Tour

Quando il caso percorre la tua stessa strada, credi che tutto sia scritto e non avvenga per caso. O almeno così è stato per me.

Incontrai Mughini in 10 Corso Como, durante la mostra che omaggiava i 90 anni di Giò Ponti . Nei corridoi della galleria echeggiava una voce conosciuta, mi girai e vidi una coppia, accompagnata da un simpatico cane di nome Bibi (scoprii poi in onore della Bardot), incuriosita dalle meravigliose posate “conca”.

Per caso avevo in borsa  il mio libro,  così decisi di fermarlo e lasciarglielo. Un mese dopo il suo formale invito a visitare la casa romana sua e della compagna, mi ritrovai seduta sulla sedia rossa e blu di Rietveld ad intervistarlo, lui disteso sulla Chaise Lounge LC4 in cavallino bianco e nero di Le Corbusier.

Decisi di dimenticarmi di essere un architetto di fronte ad un grande cultore dell’arte, della filosofia e della letteratura, lasciando  da parte il formalismo di giornalista che non ero ed iniziai la mia intervista.

 

Io e lei ci siamo incontrati per caso, io però non ci credo nel caso, credo più sia una calamità, un qualcosa che ci cerchiamo e che avviene, poi, per caso, non trova?

Ci sono episodi  importantissimi nella mia vita nati totalmente per caso, come due donne ed il primissimo lavoro da giornalista, nato da un incontro avvenuto del tutto casualmente una mattina a Roma. Ognuno ha il caso che si merita, certo, ma quell’incontro un anno dopo sarebbe stato molto diverso.

 

Che cosa ritrova in questo mondo rispetto a quello che ha vissuto a 30 anni e che cosa invece non riconosce più?

E’ un altro secolo, un altro mondo, non c’è nulla di paragonabile all’Italia, al mondo degli anni in cui ho vissuto la mia giovinezza, agli anni ’60, per eccellenza.

 

Come può l’uomo essersi dimenticato dell’arte, della cultura, di ciò che è stato creato negli anni passati?

Non tutti si sono dimenticati. Ho da poco letto un giudizio di Orson Welles che definiva la borghesia italiana la più ignorante d’Europa e gli italiani un popolo di analfabeti.  Mentre diceva questo sapeva che in Italia è conservato il 65% del patrimonio artistico mondiale e le eccellenze italiane, compreso il design. Da una parte l’Italia è quindi una terra  d’eccellenze, dall’altra parte, nella sua media, è uno dei paesi più scadenti del mondo. Questo si è aggravato con la vittoria degli strumenti di comunicazione di massa, come la tv ed i social network, dove prevale l’analfabetismo spocchioso, il non sapere di cosa si sta parlando, le urla.

 

Però anche se possiamo rifiutarla, la realtà che viviamo è digitale. Lei è ora un uomo affermato, con una cultura delineata, ma cosa si sente di consigliare a un giovane che si ritrova in questo mondo e che, volendo o no, deve farne parte?

Non può scansarsi dalla realtà turbinosa, che è molto attrattiva. Sulla tastiera di un dispositivo digitale si ha a disposizione un mondo, e questo è straordinario. Ma lo strumento non dà formazione, criteri di conoscenza e valutazioni che vanno invece creati dall’uomo. Senza una frequentazione intensa del mondo della carta, delle riviste e dei giornali non esiste cultura.

 

Veniamo un po’ al dunque.Esiste un’opera d’arte che la cura? una sinfonia ed un libro prediletto?

La malinconia dell’uomo, a partire dalla sua consapevolezza di fondo, dal sapere che la sua storia su questa terra è limitata nel tempo, è alleviata dalla frequentazione della grande arte, musica e letteratura. E la compagna più importante di un uomo per tutta la sua vita è la cultura: il teatro, il cinema… C’è un dialogo di ciascun uomo col mondo, con i quadri che tiene appesi alle pareti, coi libri che legge. Questa casa è stata da me comprata nell’idea che facesse da casa e da studio-biblioteca. Le stanze interamente avvolte dai libri qui sono sette. Questa è la stanza da lavoro, dell’attualità. Poi altre stanze hanno ciascuna una identità.

Ogni momento della sua vita ha un’opera d’arte, un libro. Non esiste IL quadro, IL libro.

 

Ogni stanza della sua casa ha quindi un tema?

No, non è esatto che le sette stanze dei libri siano a tema. Oltre a questo studio c’è la stanza dell’erotica, questa sì. E poi quella dedicata ai libri di Bruno Munari, la stanza della televisione, un’altra in cui prevalgono i libri d’artista dei Sessanta-Settanta, un’altra ancora dedicata ai libri sul design e ai libri illustrati del primo Novecento.

 

E di opere d’arte, di quadri?

Non ne possiedo una collezione vasta. Ho due Andy Warhol, un olio di Renato Guttuso che ritrae Moravia, un disegno di Scipione, tre o quattro Sironi, un olio di Mario Mafai degli anni Trenta, due o tre disegni di Maccari ed un bellissimo ritratto a matita di Donghi.

 

Credo che a volte  la bellezza (parlo dell’arte) vada accolta e basta, per ciò che ci trasmette, per la sua immagine, la forza delle linee. Secondo lei è corretto o è troppo banale?

In primo luogo ci sono diverse bellezze: quelle di un cinema, di un canzone è facile accoglierla così come viene, ci sono bellezze molto più complesse ed ambigue, come quella femminile, fondamentale per l’uomo, che non può essere accolta come viene. Quella dell’arte è spesso ambivalente: nel momento in cui l’accogli la devi situare nel contesto.

 

La casa è un po’ il riflesso di noi, è legata a gusti e stili, ma parla di noi, e per chi sa leggere “oltre” rivela tratti nascosti, manie, ossessioni,tutte cose positive per noi, i mille lati del nostro essere. E’ d’accordo?

Assolutamente!

 

Allora non ha timore quando qualcuno entra in casa sua ? non ha paura che possano ritrovare un lato di lei che non vuole mostrare?

Assolutamente. Tra le mie passioni c’è il collezionismo femminile: c’è la stanza della televisione, in cui la tv non esiste, ma la tv è rappresentata dalle immagini appese. La bellezza femminile è stata una mia fissa sin dalla gioventù.

 

Cosa cambierebbe della sua abitazione?

Non la muterei mai, ma se fossi ricco acquisterei altre due stanze, da arredare per la mia ultima parte della vita, perché la storia della mia casa si è conclusa. Lei vede questa stanza piena, ma è così dappertutto, se lei mi regalasse un chiodo in questo momento non saprei dove fissarlo.

 

Quale sarebbe il titolo di questa stanza?

Se io fossi sincero con me stesso la dovrei chiamare le stanze della vecchiaia, perché il vero grande motivo di questi futuri anni della mia vita sono la vecchiaia.

 

 Lei crede nella valutazione istantanea di una persona appena conosciuta?

Si ci credo, però si commettono errori gravi. Nella vita di un uomo le cose più importanti sono le donne, ma dico che di una mia amica che venne a pranzo a casa mia, mi disse ” no, io non bevo vino, solo champagne”. Sarebbe stato molto meglio per la mia vita se avessi chiamato un taxi e le avessi detto di andarsene.

 

Lei è per me e tutti noi un riferimento culturale, ma io la vedo come simbolo di un’estetica personalizzata. Lo stile cos’è per lei?

Io trovo strano che uno non sia se stesso anche quando mette un abito: mica tutte le camice sono uguali. Spesso gli uomini vestono abiti che sono umilianti, mi vengono i brividi quando li vedo! La giacchetta, il pantalone, la camicia un po’ intonata. Lo stile è caratteristica personale: Warhol indossava una giacca su un paio di jeans, ed anche io trovo che questo capo sia di un’eleganza straordinaria. L’amore che aveva A.W. per i jeans lo condivido molto.

 

Qual è l’oggetto di design a cui mai rinuncerebbe?

Io amo particolarmente il design degli anni Cinquanta, in questo periodo ci sono artisti eccezionali. Un grande artista, mio amico negli ultimi anni della sua vita,è stato Ico Parisi. Era un architetto nato in Sicilia, che a 6 anni, negli anni ’30, andò a vivere a Como e divenne sovrano del design, subito dopo a Mollino. Ho avuto la fortuna di poter comprare i tre pezzi unici che lui aveva messo in mostro alla celeberrima Triennale nel 1951: Parisi si  fece realizzare da un ebanista una libreria, una scrivania ed una consolle. Non aveva il denaro per comprare i suoi pezzi, così li lascia all’ebanista, che li sistema nella cantina, finché li prende un rigattiere e poi, negli anni ’90, li compra Rossella Colombari (LINK AL  SUO SITO WEB) un’antiquaria del design torinese. Vengono da me comprati in quegli anni, uno dopo l’altro.

Non li lascerei mai, anche per il valore affettivo.

 

E l’opera d’arte?

I due Mao Tse-Tung di Andy Warhol, in tiratura di 250 copie, li comprai con il denaro che papà mi lascio in eredita, spendendone 700.000 lire per questi due Mao che stanno nella sala da pranzo della vecchia casa, ed ora nella presente casa in cui vivo da 17 anni. Sono due opere vicine che guardano l’interlocutore, come tutti i Warhol.

 

Se potesse quale opera vorrebbe in casa sua?

Comprerei dei libri del primo novecento italiano, nella mia collezione me ne mancano tre o quattro di bellissimi. Dei libri moderni mi manca la prima edizione del Pinocchio, un libro di una rarità eccezionale, un esempio in brossura, non rilegato, che si aggira sui 35.000€.

 

Si trova di fronte a me, faccia finta di parlare al mondo dei giovani, cosa si sente di consigliarmi, per la vita ed il lavoro?

Consigliare serve a poco, io non ho figli, e penso con orrore all’ipotesi che un mio eventuale figlio potesse non amare i libri. Non si può consigliare, a me nessuno consigliò di amare i libri, in casa mia non c’erano, però a me piacevano molto, e appena ho potuto li ho desiderati ed acquistati.

Chi è capace di ascoltare non ha bisogno di me, di consigli.

 

Ha fede?

No, non credo nelle favole. Non sento molto i problemi delle identità religiose, infatti quest’estate ho deciso di visitare Gerusalemme perchè vorrei tastare, usmare un luogo dove le identità religiose sono cosi forti e si accapigliano. A me 50 anni fa non veniva in mente a uno di chiedergli se era ebreo, invece oggi le identità sono marcate.

 

 

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