Il monumento a Le Corbusier riapre a Zurigo, tra arte e design.

 In Arte, Design

 

Lucidi pannelli smaltati, acciaio e verde, tanto verde! E’ il Padiglione disegnato da Charles Édouard Jeanneret-Gris, meglio conosciuto come Le Corbusier.

 

 

 

Sua ultima impresa, prima in acciaio e vetro, è stata voluta dalla collezionista Heide Weber che, innamorata dei dipinti e delle opere d’artigianato dell’architetto, realizzò un monumento a sua misura, che l’architetto non riuscì a vedere completo a causa della sua morte.

 

Lontana dalle opere in cemeno, materiale a lui caro oltre la funzione, possiede uno spirito avanguardista, che richiama l’astrazione e la purezza neoplasticista.

 

 

  • Heidi fu da subito attratta non solo dalla sua architettura, pulita e fantasiosa, ma anche dai i suoi mobili e dal suo lavoro artistico. Aspetti ancora non molto noti ai tempi, quando il suo nome era prima di tutto sinonimo di architettura moderna.

 

  • Nel 1958 la visionaria collezionista, folgorata dai disegni di LC, si incaricò della produzione dei suoi mobili, rifiutati dalle aziende locali, aprendo a Zurigo uno studio di interior design, tra cui spiccavano i nomi di Charles Eames e Georges Nelson.

 

  • Due anni dopo la decisione di costruire un museo disegnato proprio dal suo ormai amico, che contenesse le opere artistiche ed artigianali, come arredi, quadri e sculture. Era il Pavillon di Zurigo.

 

 

 

Si presenta come una scultura, sia per i materiali che per i colori seguendo, per gli interni e la struttura, le proporzioni del famoso Modulor. Ossia una sorta di scala di grandezza basata sulla regola aurea, che utilizza le proporzioni del corpo umano.

 

Il tetto è formato da due ombrelli in acciaio che, scomposti, sfoderano con i terrazzi una vista aperta del paesaggio a 360°. L’intero padiglione è progettato secondo il Modulor Man, per una visione di sintesi tra arte, architettura e vivere quotidiano.

 

 

 

Lescale sono l’unico elemento del padiglione ad essere realizzate in cemento. Foto interior design

 

La cucina con un pavimento a piastrelle in granito di dimensioni variabili alternate.

 

Sebbene l’edificio fosse concepito sin da subito come museo, era stata predisposta una cucina che non fu mai usata.

 

In ogni angolo sorge il suo spirito. Come in una sorta di gioco, un tetris, ogni pezzo della struttura o dell’arredo si incastra senza sforzo, con naturalezza, senza sbordature o errori. Le tubazioni verticali sono colorate, come i bicchieri, le viti e le travi.

 

E’ tutto perfettamente calcolato, in una minuziosa progettazione che sfida l’occhio attento dello zoom.

 

 

 

 

Rosso, blu e giallo.

I primari lavorano assieme al bianco dei cassettoni ed al nero dei pavimenti, portando il disegno sull’esterno, con la sola aggiunta del legno e, del tanto amato, cemento.

 

Foto Archilovers

 

Tra Le Corbusier ed Heidi, oltre ad un grande rapporto di amicizia, ce ne fu uno di lavoro, che vide quest’ultima per 50 anni sua procuratrice, portandolo a vendere in tutto il mondo i suoi lavori.

 

Gli affari andarono così bene che lo smercio di arredi, principalmente tra New York e Hong Kong, venne gestito da una, allora, piccola azienda. Fu un “certo” Franco Cassina, che ai tempi produceva interni in legno per navi ed alberghi, a beneficiare di questa opportunità. Non è neanche da spiegare il benefit dell’azienda, che vide una crescita incalzante grazie ad alcuni pezzi prodotti proprio da Le Corbusier.

 

LC16

LC2

LC17 e LC1

LC4

 

Il principio di Le Corbusier era chiaro al mondo: non si poteva essere un buon architetto se non si possedeva una grande sensibilità artistica. Era infatti l’arte, unita al rigore estetico, la chiave della sua architettura, che si ritrova nei dipinti e nei dettagli.

 

 

 

“Progettare un edificio è come portare un bambino nel mondo”

Le Corbusier

 

 

 

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